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L'Associazione

Associazione di Promozione Sociale (APS).

Vi chiediamo scusa se periodicamente l’accesso a “pubblicazioni” ed “eventi” può produrre un errore. È temporaneo! Stiamo organizzandoci per ristrutturare il nostro vecchio sito. Grazie.

Su pubblicazioni trovate l'ultimo numero della nostra rivista "Il C.O.S.Mo. News".

E' il numero 42!!! Non è il 42 di "Guida Galattica per autostoppisti" di Douglas Adams, ma quasi!

Abbiamo aggiornato la pagina "Eventi" con le manifestazioni programmate per settembre.

Nell'area "pubblicazioni" è disponibile la Offerta divulgativa della nostra associazione a diposizione di enti, istituzioni ed associazioni di promozione sociale.

Il nostro canale Youtube https://www.youtube.com/channel/UCcK8wihMMDUKOzB1nevu9yA?view_as=subscriber 

Il nostro profilo Facebook https://www.facebook.com/Associazione-Culturale-il-COSMo-149432428443917/ 

Il presidente.

17-9-2019 – Il nostro buco nero super massiccio e la spazzatura spaziale.

Oggi ci sono due aspetti relativi allo spazio che meritano attenzione.

Il primo argomento riguarda il nostro buco nero super massiccio. Nostro perché è quello che si trova al centro della nostra galassia, la Via Lattea. Da quando abbiamo cominciato a conoscerlo si è sempre manifestato come un soggetto tranquillo, anche se è un mostro con una massa di 4,1 milioni di masse solari. Al contrario di alcuni suoi “colleghi”, come quello che è stato “fotografato” mesi fa, M87, a 55 milioni di anni luce da noi, che invece si è dimostrato attivissimo mangiatore di stelle, diventando di fatto un Blazer. Oggi però pare che si sia arrabbiato anche lui, il nostro Sagittario A*. Infatti nell’articolo che vi propongo redatto dalla UCLA (Università della California), emerge che sta diventando attivo. Beh… “sta diventando”, vista la distanza di 26.000 anni luce non è appropriato perché ciò che vediamo è successo appunto quando noi eravamo ancora all’età della pietra. Comunque vada, dovesse anche divorare tutte le stella che gli stanno attorno, noi possiamo stare tranquilli che non cambierà nulla per colpa sua nella nostra vita quotidiana per un bel po’ di millenni.

Filmato: https://youtu.be/lTeNrUJZxOU   
http://newsroom.ucla.edu/releases/black-hole-getting-hungrier   
Il buco nero al centro della nostra galassia sembra essere affamato.
di Staff Writers. Los Angeles CA (SPX) 12 set 2019.
L'enorme buco nero al centro della nostra galassia sta consumando un pasto insolitamente grande di gas e polvere interstellare e i ricercatori non capiscono ancora perché.
"Non abbiamo mai visto nulla di simile in questi 24 anni in cui abbiamo studiato il buco nero supermassiccio", ha dichiarato Andrea Ghez, professore di fisica e astronomia dell'UCLA e co-senior autore della ricerca. "Di solito è un buco nero piuttosto tranquillo e succinto con una dieta. Non sappiamo cosa stia guidando questa grande festa."
Un articolo sullo studio, guidato dall'UCLA Galactic Center Group, diretto da Ghez, è pubblicato in Astrophysical Journal Letters.
I ricercatori hanno analizzato oltre 13.000 osservazioni sul buco nero da 133 notti dal 2003. Le immagini sono state raccolte dall'Osservatorio Weck Keck alle Hawaii e dal Very Large Telescope dell'Osservatorio europeo meridionale in Cile.
Il team ha scoperto che il 13 maggio l'area appena fuori dal "punto di non ritorno" del buco nero (così chiamata perché una volta che la materia entra, non può mai sfuggire) era due volte più luminosa dell'osservazione più luminosa successiva.
Hanno anche osservato grandi cambiamenti altre due notti quest'anno; tutti e tre questi cambiamenti erano "senza precedenti", ha detto Ghez.
La luminosità osservata dagli scienziati è causata dalle radiazioni di gas e polvere che cadono nel buco nero; i risultati li hanno spinti a chiedere se si trattasse di un evento singolare straordinario o di un precursore di un aumento significativo dell'attività.
"La grande domanda è se il buco nero sta entrando in una nuova fase - per esempio se il rubinetto è stato alzato e il tasso di gas che cade nel buco nero" è aumentato per un lungo periodo - o se abbiamo appena visto i fuochi d'artificio provenienti da alcune insolite gocce di gas che cadono ", ha dichiarato Mark Morris, professore di fisica e astronomia dell'UCLA e co-autore senior del documento.
Il team ha continuato a osservare l'area e proverà a risolvere la domanda in base a ciò che vedono dalle nuove immagini.
"Vogliamo sapere come crescono i buchi neri e influenzano l'evoluzione delle galassie e dell'universo", ha dichiarato Ghez, Lauren B. Leichtman dell'UCLA e Arthur E. Levine, professore di astrofisica. "Vogliamo sapere perché il buco supermassiccio diventa più luminoso e come diventa più luminoso."

In alto, rendering di una stella chiamata S0-2 in orbita attorno al buco nero supermassiccio al centro della Via Lattea. Non è caduto, ma il suo approccio ravvicinato potrebbe essere una delle ragioni dell'appetito crescente del buco nero.

Le nuove scoperte si basano sulle osservazioni del buco nero - che si chiama Sagittario A *, o Sgr A * - durante quattro notti in aprile e maggio all'Osservatorio di Keck. La luminosità che circonda il buco nero varia sempre in qualche modo, ma gli scienziati sono rimasti sbalorditi dalle estreme variazioni di luminosità durante quel lasso di tempo, comprese le loro osservazioni del 13 maggio.
"La prima immagine che ho visto quella notte, il buco nero era così luminoso che inizialmente l'ho scambiato per la stella S0-2, perché non avevo mai visto il Sagittario A * così luminoso", ha detto lo scienziato di ricerca dell'UCLA Tuan Do, autore principale dello studio. "Ma divenne presto chiaro che la fonte doveva essere il buco nero, il che era davvero eccitante."
Un'ipotesi sull'aumento dell'attività è che quando una stella chiamata S0-2 ha avvicinato di più il buco nero durante l'estate 2018, ha lanciato una grande quantità di gas che ha raggiunto il buco nero quest'anno.
Un'altra possibilità riguarda un bizzarro oggetto noto come G2, che è molto probabilmente una coppia di stelle binarie, che ha fatto il suo approccio più vicino al buco nero nel 2014. È possibile che il buco nero possa aver rimosso lo strato esterno di G2, ha detto Ghez, che potrebbe aiutare a spiegare la maggiore luminosità appena fuori dal buco nero.
Morris ha affermato che un'altra possibilità è che il brillamento corrisponda alla scomparsa di grandi asteroidi che sono stati attratti dal buco nero.
Nessun pericolo per la Terra.
Il buco nero è a circa 26.000 anni luce di distanza e non rappresenta alcun pericolo per il nostro pianeta. Do ha detto che le radiazioni dovrebbero essere 10 miliardi di volte più luminose di quanto rilevato dagli astronomi per influenzare la vita sulla Terra.
Astrophysical Journal Letters ha anche pubblicato un secondo articolo dei ricercatori, descrivendo l'olografia a chiazze, la tecnica che ha permesso loro di estrarre e usare informazioni molto deboli da 24 anni di dati registrati vicino al buco nero.
Il team di ricerca di Ghez ha riportato il 25 luglio sulla rivista Science il test più completo dell'iconica teoria generale della relatività di Einstein vicino al buco nero. La loro conclusione che la teoria di Einstein ha superato il test ed è corretta, almeno per ora, si basava sul loro studio di S0-2 mentre faceva un'orbita completa attorno al buco nero.
Il team di Ghez studia più di 3.000 stelle che orbitano attorno al buco nero supermassiccio. Dal 2004, gli scienziati hanno utilizzato una potente tecnologia che Ghez ha aiutato a fare da pioniera, chiamata ottica adattiva, che corregge gli effetti distorti dell'atmosfera terrestre in tempo reale. Ma l'olografia a chiazze ha permesso ai ricercatori di migliorare i dati del decennio precedente all'entrata in gioco dell'ottica adattiva. Rianalizzare i dati di quegli anni ha aiutato il team a concludere che non avevano visto quel livello di luminosità vicino al buco nero in 24 anni.
"È stato come fare un intervento LASIK sulle nostre prime immagini", ha detto Ghez. "Abbiamo raccolto i dati per rispondere a una domanda e svelato per caso altre interessanti scoperte scientifiche che non avevamo previsto."
Commentato da Luigi Borghi.

17-9-2019 – L’orbita bassa comincia ad essere molto, anzi troppo, trafficata.

Il secondo argomento “spaziale” che oggi merita attenzione riguarda appunto il traffico in orbita. Un aspetto che, agli albori della corsa allo spazio, non era contemplato dagli scienziati ma oggi, con decine di migliaia di oggetti in orbita terrestre bassa (la più facile da raggiungere), la maggioranza dei quali non utilizzati, si comincia a parlare sempre più spesso di pericolo collisioni e manovre di sicurezza all’ultimo minuto.
La ISS ne è un esempio perché nel corso della sua lunga vita a dovuto evitare possibili collisioni spostandosi dall’orbita di qualche chilometro per salvaguardare gli astronauti a bordo.
L’articolo che vi propongo, estratto da Astronews ma redatto in base a dati forniti da ESA e dalla Casa Bianca, denuncia l’avvenuto cambio di rotta di un satellite dell’ESA “Aeolus”, a seguito della rotta di pericolo collisione da parte di un satellite della Space X, lo Starlink 44.
La SapceX ha ammesso l’errore.
Il punto è che serve un organismo ed una orchestrazione a livello mondiale, con precisi doveri da parte degli utilizzatori dello spazio, siano essi privati e stati sovrani, con sanzioni che obblighino al rispetto delle normative. Regole che devono coinvolgere le effemeridi del satellite, il deorbiting a fine missione e le responsabilità in caso di incidenti, perché anche se oggi è molto raro, gli incidenti ci saranno sempre.
Ma anche in questo caso tra meno di un secolo, la situazione lassù sarà veramente peggio dell’ora di punta sulla tangenziale di Milano.

https://www.astronautinews.it/2019/09/la-manovra-anticollisone-di-aeolus-campanello-che-avverte-per-una-regolamentazione-dello-spazio-universalmente-riconosciuta/   
La manovra anticollisione di Aeolus e la necessità di una regolamentazione spaziale universalmente riconosciuta.
DI RAFFAELE DI PALMA · PUBBLICATO 13 SETTEMBRE 2019
Lo scorso 2 settembre 2019 il satellite Aeolus, che studia velocità e distribuzione dei venti a livello globale gestito dalla ESA (European Space Agency), ha dovuto effettuare una manovra per modificare di poche decine di metri la sua traiettoria mentre stava orbitando a 320 chilometri sopra la Terra.
La manovra si è resa necessaria perché Starlink 44, un satellite della Space X, stava probabilmente intersecando l’orbita di Aeolus.
Secondo l’ESA la probabilità di collisione era pari a uno su 1000, 10 volte superiore al rapporto di 1 su 10.000 che richiede una manovra correttiva o quantomeno un’approfondita valutazione del rischio.
Inizialmente i media hanno ritenuto l’azione di ESA fosse una conseguenza del rifiuto di Space X di spostare il proprio satellite. Tuttavia, come spesso accade in ambito astronautico, la questione si è dimostrata diversa: poco dopo la compagnia di Musk ha ammesso che il problema consisteva in un bug nelle notifiche degli operatori della flotta Starlink.
Da anni ESA manovra i suoi satelliti per evitare possibili collisioni, ma verosimilmente questa volta l’Agenzia ha deciso di rendere pubblica la propria decisione per evidenziare gli scenari e le problematiche future, con l’introduzione delle Large Constellations.
Nel comunicato ufficiale, il responsabile della sicurezza spaziale dell’ESA Holger Krag ha affermato infatti che «Questo esempio mostra che in assenza di regole riguardanti traffico e protocolli di comunicazione, la prevenzione delle collisioni dipende interamente dal pragmatismo degli operatori coinvolti» e ha aggiunto che «Oggi le necessarie negoziazioni si svolgono attraverso lo scambio di e-mail – un processo arcaico e non più praticabile in quanto l’aumento del numero di satelliti nello spazio significa più traffico».

La situazione Attuale degli oggetti in orbita terrestre
Già oggi lo spazio intorno al nostro pianeta è affollato. Quasi 2000 satelliti in attività sfrecciano a circa 30.000 chilometri orari intorno al nostro pianeta, insieme a quasi 3000 satelliti dismessi e 34.000 pezzi di “spazzatura spaziale” di dimensioni superiori ai 10 centimetri.
I frammenti più piccoli, fino a un centimetro, sono circa 900.000. La loro posizione può essere individuata solo per il 70% dei casi di frammenti più grandi di 5 centimetri.
Infine, il numero di detriti inferiori al centimetro è stimato in 128 milioni; oggi questi ultimi non possono essere individuati.
Ogni volta che un detrito o un veicolo spaziale inerte si avvicina troppo a un satellite attivo (in genere quando un rischio di collisione raggiunge una probabilità di 1 su 10.000) l’operatore del satellite deve decidere se eseguire una manovra correttiva o meno. La Stazione Spaziale Internazionale è l’esempio più lampante di queste procedure.
Di tutti i detriti attualmente in orbita, circa la metà proviene solamente da due eventi. Il primo è avvenuto nel 2007 a causa del test di un missile anti satellite (ASAT) Cinese che abbattè un satellite della serie Fegyun. Il secondo invece avvenne nel 2009 e fu un impatto non voluto tra un satellite della costellazione Iridium e un satellite militare russo Kosmos. Entrambi sono accaduti ad altitudini piuttosto elevate e hanno generato migliaia di detriti che rimarranno in orbita molto a lungo.
Il 27 marzo 2019 anche l’India ha condotto un test missilistico in orbita, ma a una quota inferiore (circa 280 chilometri). Per questo evento la maggior parte dei detriti si è già disintegrata in rientro atmosferico.
Gli scenari futuri
Al di là delle centinaia di migliaia di detriti attualmente in orbita, le future Large Constellation prefigurano uno spazio ancora più affollato.
Lo scorso maggio SpaceX ha lanciato una prima serie di 60 satelliti della costellazione Starlink, una flotta dedicata alla fornitura globale di servizi internet ad alta velocità.
SpaceX ha annunciato da tempo che a regime il progetto Starlink sarà costituito da circa 12.000 satelliti.
Poiché le opportunità di mercato sono notevoli Space X non è l’unica società interessata: Jeff Bezos e la sua Blue Origin preventivano per lo stesso scopo circa 3200 mezzi, mentre Virgin Galactic e la sua startup OneWeb ne prevedono un 900.
Stesse numeriche di quest’ultima anche per le altre compagnie che intendono affacciarsi in questo settore: Telesat e Leosat.
Questi numeri, si tenga ben presente, sono già impressionanti se tutti i lanci dovessero avvenire senza nessun intoppo, ma qualche incidente ai vettori in fase di lancio può sempre avvenire. Un interessante articolo pubblicato sul nº 22 del Orbital Debris Quarterly News evidenzia che dal punto di vista dell’“ecologia orbitale” si riuscirà a gestire la cosa solo con una forte attenzione al postimission disposal (deorbitazione programmata a fine missione)
Secondo le simulazioni, solo preventivando un 90% di satelliti correttamente deorbitati dopo la missione e senza nessuna esplosione accidentale si riuscirebbe a mantenere dei livelli di inquinamento spaziale accettabili.
Se si aggiungono alle varianti i casi di esplosione (calcolati sui dati statistici ad oggi), in 200 anni si prospetta un incremento del 110% sul totale della massa in orbita, rispetto alla previsione più rosea.
Questo veloce e massivo aumento di oggetti in orbita, operativi o meno, causerà inevitabilmente dei problemi e proprio per questo urge un sistema di coordinamento condiviso da tutte le nazioni e compagnie private che accedono allo spazio.
Le linee guida (non obbligatorie) a oggi
Le forze armate statunitensi attualmente monitorano tutto il traffico spaziale tramite il NORAD. Quando rilevano una potenziale collisione informano le parti in causa in modo che gli operatori possano stabilire la migliore strategia di intervento. Le normative attuali richiedono una segnalazione in caso di probabilità di collisione superiore a 1 su 10.000.
Pur tenendo sotto controllo la probabilità di eventuali collisioni la US Air Force non ha l’autorità per obbligare gli operatori a spostare i propri satelliti per evitare un incidente.
Grazie alla Direttiva sulla politica spaziale 3, stabilita dal presidente Donald Trump nel 2018, le cose potrebbero essere più chiare, almeno in ambito nazionale USA.
Questa proposta sposta parte del carico di gestione del traffico spaziale al Dipartimento del Commercio, che assumerà il ruolo di gestore del traffico spaziale. Il Dipartimento della Difesa continuerà a tracciare e catalogare detriti spaziali e satelliti funzionali e renderà pubblici i dati, analizzati anche dal Dipartimento del Commercio. Quest’ultimo acquisirà queste informazioni e le combinerà con i dati di altre agenzie, società private e altri paesi per gestire meglio il traffico orbitale.
Grazie a questa pletora di informazioni il dipartimento sarà presumibilmente autorizzato, in caso di rotta di collisione, di definire interventi obbligatori, sempre che tutte le nazioni con accesso allo spazio (tra cui India, Cina e Iran) e le rispettive compagnie private riconoscano tale autorità.
Le operazioni spaziali dipendono dalla cooperazione per proseguire senza problemi. Ciò significa che tutti gli operatori satellitari devono agire in modo responsabile. Se tutti gli operatori facessero la loro parte per evitare potenziali collisioni e deorbitassero prontamente i loro satelliti a fine vita, il traffico in orbita terrestre bassa dovrebbe continuare a essere gestibile.
Ma anche se dovessimo essere buoni amministratori dello spazio una cosa è chiara: all’aumentare del numero di satelliti in orbita, aumenterà anche il rischio di collisioni.
Fonti: ESA; White House.
Commentato da Luigi Borghi.