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L'Associazione

E' operativo anche il nuovo sito http://spazialeuntot.ideelab.it/ del gruppo di associazioni “Spaziale un tot” formatosi per celebrare il 50° anniversario dello sbarco sulla Luna. Potrete trovare tutte le informazioni ed il calendario della attività programmate da tutte le associazioni coinvolte tra cui la nostra. Sul nostro sito, nella pagina “Eventi”, troverete invece solo quelle in cui siamo direttamente coinvolti.

I video di tutte le nostre conferenze al Planetario sono su Youtube:

https://www.youtube.com/channel/UCcK8wihMMDUKOzB1nevu9yA  

COMUNICAZIONE DI SERVIZIO:

Presso la nostra sede sono disponibili mappe lunari (vedi la foto su pubblicazioni “Moon near side”) di dimensioni 60 x 80 cm, molto dettagliate con il nome ed il luogo dei crateri, dei mari e dei siti di atterraggio delle missioni Apollo, al prezzo di €5. Chi è interessato può richiederlo via mail al info@ilcosmo.net oppure borghiluigi23@gmail.com

Disponibilità fino ad esaurimento.

Il nostro canale Youtube https://www.youtube.com/channel/UCcK8wihMMDUKOzB1nevu9yA?view_as=subscriber 

Il nostro profilo Facebook https://www.facebook.com/Associazione-Culturale-il-COSMo-149432428443917/ 

Il presidente.

14-4-2019 – settimana ricca di eventi: dall’astrofisica all’astronautica.

In questo primo scorcio di millennio si susseguono sempre più spesso momenti esaltanti nel mondo scientifico. Noi del COSMo non abbiamo i mezzi per entrare nel dettaglio di ogni singolo evento, ma siamo in grado di percepirne la portata e di descrivervela.
Tre giorni fa (11 aprile) abbiamo vissuto il fallimento dell’allunaggio del primo lander privato: l’israeliano Beresheet, lanciato il 22 febbraio da Cape Canaveral. Io ero là in Florida a vedere il lancio avvenuto con un Falcon9. Il lancio è andato bene ma il lander, dopo diverse orbite allungate, è arrivato sul suolo lunare a quasi un km al secondo. Peccato! Ciò dimostra ancora una volta che viaggiare nello spazio è ancora piuttosto difficile.
Due giorni fa invece (12 aprile) abbiamo avuto lo strepitoso e completo successo di SpaceX con il suo secondo lancio del potentissimo Falcon Heavy e lo spettacolare recupero di tutti e tre i booster. Elon Musk sta dimostrando che la sua visione dell’accesso allo spazio è corretta e realizzabile. Qui di seguito troverete a questo proposito un articolo di astronautinews corredato di fotografie originali di SpaceX che ho trovato dal suo account Twitter, dove si vedono chiaramente i 27 motori Merlin, alla partenza, vomitare tonnellate di propellente al secondo.
Ma non possiamo certo lasciare in secondo piano la fotografia del secolo: il buco nero super massiccio all’interno di M87! Un lavoro effettuato da un team internazionale che ha dimostrato due cose: l’efficacia della interferometria in radioastronomia e la efficacia della collaborazione internazionale. Anche questo è stato un capolavoro di manipolazione dati. I big data che sono stati trasportanti in aereo verso il supercomputer perché si faceva prima che a trasmetterli attraverso internet. Un capolavoro anche gli algoritmi di trattamento dei dati che dopo anni di lavoro hanno ripulito e qualificato i miliardi di gigabyte provenienti da radiotelescopi da tutto il mondo.
Un vero peccato che Stephan Hawking non sia riuscito a vederla. Lui che ha speso la sua faticosa vita per studiare questi mostri divoratori di stelle. Che poi alla fine tanto mostri non sono perché è dimostrato che sono essenziali per la formazione di stelle e galassie. Senza di loro quindi non ci saremmo neanche noi!
La tecnica Vlbi (Very-Long-Baseline Interferometry) ha permesso all’Eht (la rete di radiotelescopi Event Horizon Telescope) di raggiungere una risoluzione angolare di 20 microsecondi d’arco. Un livello di dettaglio tale da permetterci di leggere comodamente una pagina di giornale a New York da un caffè su un marciapiede di Parigi. Abbiamo fotografato (immagine nello spettro radio sui 230,61 GHz) il buco nero di M87 che si trova a 55 milioni di anni luce di distanza ma non abbiamo ancora fotografato il nostro, quello della Via Lattea, che invece si trova a meno di 30.000 anni luce da noi, perché? Arriverà anche quella, ma diciamo che di M87 si sapeva che al suo interno vi era un buco nero super massiccio attivo con una massa di miliardi di soli, mentre quello che si trova nella nostra galassia non è molto vorace ed è molto più piccolo (milioni di soli). Da M87 si erano già visti ai raggi X i due getti centrali emessi dal “mostro” come risultato della vorticosa danza del disco di accrescimento attorno all’orizzonte degli eventi. Il nostro è molto più tranquillo e forse meno interessante.
Ecco gli articoli.

SpaceX fa tripletta: lanciato Arabsat-6A e recuperati tutti i booster

Il filmato completo dalla partenza alla messa in orbita incluso il recupero dei 3 booster:
https://youtu.be/TXMGu2d8c8g
Fonte: https://www.astronautinews.it/2019/04/spacex-fa-tripletta-lanciato-arabsat-6a-e-recuperati-tutti-i-booster/

Grande risultato per SpaceX, che la scorsa notte (erano le 00:35 CEST) ha non solo centrato un ennesimo successo inviando in orbita il satellite Arabsat-6A, ma ha anche recuperato i booster laterali e, per la prima volta, il core centrale del suo lanciatore pesante Falcon Heavy.

Liftoff of Falcon Heavy (credit SpaceX)
Dopo un rinvio di 24 ore dovuto a venti in quota troppo forti, il potente vettore della casa di Hawthorne ha liberato la sua potenza in un salto verso l’orbita dove ha rilasciato il carico utile alla quota e con le modalità previste.
Ovviamente l’obiettivo principale di SpaceX è il compimento perfetto della missione primaria, cioè il trasporto di uno o più satelliti in orbita, ma è innegabile che tutta l’attenzione si sia concentrata sulla danza coordinata dei booster e dello stadio centrale, che in perfetta armonia e senza evidenti problemi sono rientrati sulle piazzole appositamente allestite al Kennedy Space Center (i booster) e sulla chiatta Of Course I Still Love You (il core centrale) posizionata in pieno oceano Atlantico.
Una “tripletta” insomma, che era sfuggita per un soffio nel volo di esordio del Falcon Heavy nel febbraio 2018 ma che oggi finalmente si realizza, mostrando con forza la capacità ormai quasi perfetta di SpaceX di recuperare le componenti più costose del vettore. Con l’atterraggio del core su OCISLY, particolarmente difficoltoso a causa della quota e della velocità raggiunta dallo stesso, SpaceX ha allargato ancora di più il gap tecnologico tra sé e gli altri operatori del settore, che al momento possono solo inseguire sperando di recuperare presto il vantaggio dell’azienda di Elon Musk.
Ecco il video del rientro dei due laterali sulla terraferma:
https://twitter.com/SpaceX/status/1116553298176118784?ref_src=twsrc%5Etfw%7Ctwcamp%5Etweetembed%7Ctwterm%5E1116553298176118784&ref_url=https%3A%2F%2Fwww.astronautinews.it%2F2019%2F04%2Fspacex-fa-tripletta-lanciato-arabsat-6a-e-recuperati-tutti-i-booster%2F

Scattata la prima foto di un buco nero.

L’Event Horizon Telescope (EHT), collaborazione internazionale che vede la partecipazione di centri di ricerca in tutto il mondo, svela oggi la foto del secolo. Due ricercatrici dell’Inaf, Elisabetta Liuzzo e Kazi Rygl, sono tra i protagonisti della rivoluzionaria osservazione del gigantesco buco nero nel cuore della galassia Messier 87, come parte del progetto BlackHoleCam. Un altro italiano, Ciriaco Goddi, è segretario del consiglio scientifico del consorzio Eht e responsabile scientifico del progetto BlackHoleCam.
Fonte: https://www.media.inaf.it/2019/04/10/prima-foto-buco-nero/

Il buco nero supermassiccio al centro di Messier 87. Crediti: The Event Horizon Telescope; sotto: La rete di radiotelescopi di Eht. Crediti: Eso/O. Furtak.

L’Event Horizon Telescope (Eht) è un gruppo di otto radiotelescopi da terra che opera su scala planetaria, nato grazie a una collaborazione internazionale e progettato con lo scopo di catturare le immagini di un buco nero.
Oggi, in una serie di conferenze stampa coordinate in contemporanea in tutto il mondo, i ricercatori dell’Eht annunciano il successo del progetto, svelando la prima prova visiva diretta mai ottenuta di un buco nero supermassiccio e della sua ombra.
Questo incredibile risultato viene presentato in una serie di sei articoli pubblicati in un numero speciale di The Astrophysical Journal Letters. L’immagine rivela il buco nero al centro di Messier 87, un’enorme galassia situata nel vicino ammasso della Vergine. Questo buco nero dista da noi 55 milioni di anni luce e ha una massa pari a 6,5 miliardi e mezzo di volte quella del Sole.
L’Eht collega gli otto radiotelescopi dislocati in diverse parti del pianeta dando vita a un telescopio virtuale di dimensioni pari a quelle della Terra, uno strumento con una sensibilità e una risoluzione senza precedenti. L’Eht è il risultato di anni di collaborazione internazionale e offre agli scienziati un nuovo modo di studiare gli oggetti più estremi dell’universo previsti dalla teoria della relatività generale di Einstein, proprio nell’anno del centenario dell’esperimento storico che per primo ha confermato questa teoria.
«Quello che stiamo facendo è dare all’umanità la possibilità di vedere per la prima volta un buco nero – una sorta di ‘uscita a senso unico’ dal nostro universo», spiega il direttore del progetto Eht Sheperd Doeleman del Center for Astrophysics della Harvard University. «Questa è una pietra miliare nell’astronomia, un’impresa scientifica senza precedenti compiuta da un team di oltre 200 ricercatori».
I buchi neri sono oggetti estremamente compatti, nei quali una quantità incredibile di massa è compressa all’interno di una piccola regione. La presenza di questi oggetti influenza l’ambiente che li circonda in modo estremo, distorcendo lo spazio-tempo e surriscaldando qualsiasi materiale intorno.
«Se immerso in una regione luminosa, come un disco di gas incandescente, ci aspettiamo che un buco nero crei una regione scura simile a un’ombra, un effetto previsto dalla teoria della relatività generale di Einstein che non abbiamo mai potuto osservare direttamente prima», aggiunge il presidente dell’Eht Science Council Heino Falcke della Radboud University, nei Paesi Bassi. «Quest’ombra, causata dalla curvatura gravitazionale e dal fatto che la luce viene trattenuta dall’orizzonte degli eventi, rivela molto sulla natura di questi affascinanti oggetti e ci ha permesso di misurare l’enorme massa del buco nero di M87».
Vari metodi di calibrazione e di imaging hanno rivelato una struttura ad anello con una regione centrale scura – l’ombra del buco nero – risultato che ritorna nelle molteplici osservazioni indipendenti fatte dall’Eht.
Le osservazioni dell’Eht sono state possibili grazie alla tecnica nota come Very-Long-Baseline Interferometry (Vlbi) che sincronizza le strutture dei telescopi in tutto il mondo e sfrutta la rotazione del nostro pianeta per andare a creare un enorme telescopio di dimensioni pari a quelle della Terra in grado di osservare ad una lunghezza d’onda di 1,3 mm. La tecnica Vlbi permette all’Eht di raggiungere una risoluzione angolare di 20 microsecondi d’arco. Un livello di dettaglio tale da permetterci di leggere una pagina di giornale a New York comodamente da un caffè sul marciapiede di Parigi.
I telescopi che hanno contribuito a questo risultato sono stati Alma, Apex, il telescopio Iram da 30 metri, il telescopio James Clerk Maxwell, il telescopio Alfonso Serrano, il Submillimeter Array, il Submillimeter Telescope e il South Pole Telescope.
L’enorme quantità di dati grezzi – misurabile in petabyte, ovvero milioni di gigabyte – ottenuta dai telescopi è stata poi ricombinata da supercomputer altamente specializzati ospitati dal Max Planck Institute for Radio Astronomy e dal Mit Haystack Observatory.
La costruzione dell’Eht e le osservazioni annunciate oggi rappresentano il culmine di decenni di lavoro osservativo, tecnico e teorico. Un esempio di lavoro di squadra globale che ha richiesto una stretta collaborazione da parte di ricercatori di tutto il mondo. Tredici istituzioni partner hanno lavorato insieme per creare l’Eht, utilizzando sia le infrastrutture preesistenti che il supporto di diverse agenzie.
I principali finanziamenti sono stati forniti dalla US National Science Foundation (Nsf), dal Consiglio europeo della ricerca dell’UE (Erc) e da agenzie di finanziamento in Asia orientale.
«L’Eso ha l’onore di aver contribuito in modo significativo a questo risultato attraverso la sua leadership europea e il suo ruolo chiave in due dei telescopi componenti di Eht, che si trovano in Cile – Alma e Apex», commenta il direttore generale dell’Eso Xavier Barcons. «Alma è la struttura più sensibile dell’Eht e le sue 66 antenne ad alta precisione sono state fondamentali per questo successo», conclude Ciriaco Goddi, segretario del consiglio scientifico del consorzio Eht, che si è occupato della calibrazione Alma per l’Eht.
L’Inaf può vantare un importante coinvolgimento nella rivoluzionaria osservazione come parte del progetto europeo BlackHoleCam (Bhc), di cui lo stesso Goddi è il project scientist. Elisabetta Liuzzo e Kazi Rygl dell’Istituto nazionale di astrofisica (all’Ira di Bologna) sono due ricercatrici del nodo italiano dell’Alma Regional Centre, uno dei sette che compongono la rete europea che fornisce supporto tecnico-scientifico agli utenti di Alma, e che è ospitato proprio presso la sede dell’Inaf di Bologna. Nel 2018 entrambe sono entrate a far parte del progetto Bhc finanziato dall’Erccome partner del progetto EHT, e fanno a tutti gli effetti parte dell’Event Horizon Telescope Consortium, in cui sono membri dei gruppi di lavoro che si occupano di calibrazione e imaging.
«La calibrazione dei dati Eht è stata una grande sfida: i segnali astronomici sono deboli nella banda millimetrica, e distorti per effetto dell’atmosfera, che varia molto velocemente a queste frequenze», sottolinea Liuzzo, che insieme a Rygl ha partecipato allo sviluppo di uno dei tre software usati per la calibrazione dei dati Eht.
Pur operando come un unico strumento che abbraccia il globo l’Eht, infatti, rimane una miscela di stazioni con design e operazioni diverse. Questo ed altri fattori, insieme alle sfide associate alla Vlbi, hanno dato impulso allo sviluppo di tecniche specializzate di elaborazione e calibrazione. «Tre diversi gruppi di ricerca, ognuno dei quali ha utilizzato un diverso software di calibrazione, hanno convalidato in modo incrociato questi dati e hanno trovato risultati coerenti», specifica Rygl, aggiungendo che «è estremamente gratificante vedere come i dati calibrati possano essere tradotti in fisica dei buchi neri».
«Il progetto Black Hole Cam è partito nel 2014 con l’obiettivo di misurare, comprendere e ‘vedere’ i buchi neri e fare test sulle principali previsioni della teoria della relatività generale di Einstein», aggiunge Ciriaco Goddi. «Nel 2016 il progetto è entrato a far parte, insieme ad altri partner internazionali, dell’Event Horizon Telescope Consortium visto il comune obiettivo: ottenere la prima immagine di un buco nero».
«Abbiamo raggiunto un risultato che solo una generazione fa sarebbe stato ritenuto impossibile», conclude Doeleman. «I progressi tecnologici e il completamento dei nuovi radiotelescopi nell’ultimo decennio hanno permesso al nostro team di assemblare questo nuovo strumento, progettato per vedere l’invisibile».
Un risultato incredibile, che prometta di essere un punto non di arrivo ma di partenza nella strada per la comprensione del nostro universo.
Guarda il servizio video di MediaInaf Tv:
https://www.youtube.com/watch?v=JqRYTBMTmjs
Commentato da Luigi Borghi.